Le mura venete di Bergamo sono un’imponente costruzione architettonica risalente al XVI secolo, ben conservate non avendo subito, nei secoli, nessun evento bellico.

Il contesto storico

La città di Bergamo risulta fortificata già nell’epoca romana, anche se poche ne sono le tracce, e sicuramente occupavano un territorio di misura inferiore a quello odierno, rimangono maggiori testimonianze delle mura medioevali del X secolo che si sovrappongono alle mura romane.

Le mura vennero costruite dalla Repubblica di Venezia nella città di Bergamo a partire dal 1561 e ultimate nel 1588, epoca in cui la città orobica rappresentava l’estremità occidentale dei domini veneti sulla terraferma.

Erano tempi in cui, con la recente scoperta delle Americhe, la Serenissima stava iniziando il suo inesorabile declino nel dominio dei commerci marittimi e, a causa di ciò, rivolse una sempre maggiore attenzione ai commerci che avvenivano verso il centro d’Europa. A tal riguardo la terra bergamasca cominciò a rivestire un ruolo strategico di primissimo piano, accresciuto dal progetto di costruire la via Priula, una strada che avrebbe collegato, tramite la Val Brembana, la città di Bergamo (e quindi tutti i territori della repubblica veneta) con il Canton Grigioni, considerato alleato e fino ad allora raggiungibile soltanto passando attraverso territori dominati dagli Spagnoli, e quindi soggetti a fortissimi dazi commerciali, e senza attraversare il territorio allora ostile di Milano.

Questi interessi della repubblica veneta vennero sovente attaccati e messi in discussione dal vicino Ducato di Milano, gestito dal ramo spagnolo della potente famiglia degli Asburgo, ma anche dalle truppe francesi. Le cronache riportano di numerose battaglie nella città bergamasca nei primi due decenni del XVI secolo, la più cruenta delle quali si verificò tra il 1515 ed il 1516, con un grande utilizzo di cannoni e colubrine da parte di entrambi i contendenti.

Dopo la pace di Cateau-Cambrésis, che aveva visto i veneziani vincitori, non avendo perso nessuna parte dei propri territori, decisero allora di adottare provvedimenti volti a proteggere la città, che in quel tempo rivestiva appunto una notevole importanza strategica.

Molti progetti furono esaminati, ma quello finale e definitivo prevedeva la costruzione di un’imponente cinta muraria che avrebbe interessato la parte collinare della città stessa, trasformandola in una vera e propria fortezza.

Tuttavia la decisione di dotare Bergamo di una così ardita opera aveva una valenza politica piuttosto che militare: difatti le dimensioni della cinta muraria erano si imponenti, ma non sufficientemente da comprendere tutta la città bassa che, rimanendo quindi esclusa, la rendeva di fatto un’opera utilizzabile soltanto per fini difensivi, e non per organizzarvi un attacco ai vicini domini spagnoli. Era quindi una tacita ammissione di rinuncia da parte della Serenissima di ampliare i propri domini in Lombardia, anche a causa dei sempre maggiori impegni bellici profusi contro l’esercito turco: le dimensioni ridotte difatti non potevano permettere l’ammassamento di grandi contingenti militari al punto di farne una testa di ponte per attaccare la città di Milano ed i territori limitrofi.

La costruzione

La decisione definitiva sul progetto venne ratificata dal senato veneto nel 1561, tanto che già il 31 luglio il marchese Sforza Pallavicino era nella città al fine di avviarne il cantiere. È accertato che il progetto possa essere ricondotto alla mano di Bonaiuto Lorini, ingegnere militare fiorentino al servizio di Venezia. Notizia tuttavia ben lontana dall’essere documentata e incompatibile con i tempi. I primi progettisti del cantiere furono il marchese Sforza Pallavicino e gli ingegneri Francesco Horologi che era tra gli ingegneri militari più importanti nel ‘500, ma che lasciò il lavoro quando vide che necessitavano non di tre mesi preventivati, ma parecchi anni, Francesco Malacreda e Genesio Bersani e a loro la progettazione dell’opera si deve.
Per quest’opera dalle grandiose proporzioni vennero mobilitate grandi quantità di operai, di architetti lagunari e bergamaschi (tra i quali spiccano l’ingegner Zenese ed il capomastro Paolo Berlendis), ma anche di soldati. Difatti bisognava anche demolire una grande quantità di edifici, quantificati nell’ordine di duecentocinquanta.

Vennero quindi demolite numerose cascine, abitazioni, laboratori, ma anche luoghi di culto tra cui la cattedrale di Sant’Alessandro, la quale custodiva le reliquie del santo patrono della città, ma anche il convento domenicano di Santo Stefano, contenente le spoglie di Pinamonte da Brembate. Il totale di otto edifici religiosi demoliti portò altrettante scomuniche, lanciate dal clero locale, al conte Sforza Pallavicino, il quale dovette faticare non poco (nonché elargire una lauta somma) al fine di vedersele revocare negli anni successivi, e proteggere gli operai impegnati nei lavori di demolizione da 550 soldati.

L’imponente sforzo organizzativo portò un notevole sviluppo all’economia della città, grazie ad un’elevata richiesta di manodopera ed all’indotto che la costruzione comportò, il capitano Venerio relaziona che vi fossero impiegati 3760 guastatori, 265 tagliapietre, 146muratori, 46 falegnami, 80 capi, 35 soprastanti e 9 frati.

Alcuni tratti di fortificazione erano comunque già presenti in epoca romana, tratti documentati nell’VIII secolo, e dei quali sono rimaste alcune tracce ancora oggi visibili in via Vàgine, sotto il convento di Santa Grata e a sinistra del viale delle Mura a ovest del tracciato della funicolare (ex via degli Anditi). Queste agli inizi del Cinquecento si trovavano in condizioni di estrema decadenza e vennero quasi totalmente sostituite dalla nuova opera, eseguita in pietra bastionata continua. A lavori conclusi, il perimetro della fortificazione era del tutto nuovo e non includeva alcuna parte di opere da difesa precedenti.

Le previsioni indicavano una tempistica dei lavori che si aggirava attorno all’anno, con una spesa di circa 40 mila ducati. Queste tuttavia vennero totalmente disattese, tanto che l’opera venne conclusa soltanto nel 1588, ben ventisette anni dopo, con un conto lievitato fino a raggiungere il milione di ducati, l’opera completa risultò talmente imponente da scoraggiare ogni possibile aggressore.

Descrizione

La struttura, che nel corso degli anni ha subito pochi interventi di modifica, ha uno sviluppo pari a sei chilometri e duecento metri, all’esterno della quale si trovava la cosiddetta Strada coperta, ovvero un camminamento protetto da muri, utilizzato dalle pattuglie poste a guardia. L’altezza delle mura in alcuni punti arrivava a cinquanta metri, sotto di cui si trovavano fossati, non riempiti d’acqua, posti a protezione.

La cinta muraria risulta essere costituita da 14 baluardi, 2 piattaforme, 32 garitte (di cui solo una è giunta sino a noi), 100 aperture per bocche da fuoco, due polveriere, 4 porte Sant’Agostino, San Giacomo, Sant’Alessandro e San Lorenzo, ora intitolata a Giuseppe Garibaldi). A tutto questo vi è da aggiungere una miriade di sortite, vani sotterranei e passaggi militari di cui, in parte, si è persa la memoria, collegati tra loro tramite un numero imprecisati di cunicoli.

L’impianto militare prevedeva inoltre alcuni piccoli quartieri militari, tra cui un arsenale posto nella Rocca di Bergamo, in cui si riparavano le armi e si fabbricava la polvere da sparo. Al mastio della Rocca, già esistente, fu aggiunto il torrione circolare che ancora oggi lo caratterizza e al suo interno un edificio, la cosiddetta scuola dei Bombardieri, come caserma degli artiglieri.

Erano inoltre presenti due piccoli edifici, dalla tipica forma con tetto piramidale, adibiti a polveriera, mentre le scorte di armi e viveri erano collocate nella Cittadella che, poco discosta da Colle Aperto, era sede della Capitaneria Veneta.

In ambito strategico era importantissimo il cosiddetto Forte di San Marco, una sorta di fortezza nella fortezza: questo occupava la parte nord della città alta, dalla porta di Sant’Alessandro a quella di San Lorenzo. Il suo compito era quello di difendere la città in direzione dei colli, nonché di permettere una protetta via di fuga di massa in caso di caduta della città, tramite un varco (o quinta porta), detto appunto Porta del Soccorso). Inoltre racchiudeva un passaggio segreto sotterraneo che consentiva di raggiungere la fortezza del Castello di San Vigilio, posta sull’omonimo colle sovrastante la Porta di Sant’Alessandro.

Tuttavia i cannoni ed i bastioni, che esternamente danno alla città un aspetto di fortezza inespugnabile e concepiti con concezioni all’avanguardia, non furono mai utilizzati, sia a causa dell’affermarsi del cannone a tiro parabolico, denominato bombarda, che ne rende di fatto il canto del cigno di tale tipologia di costruzioni, che per la successiva crisi dell’Impero, la decadenza degli spagnoli confinanti, la scoperta delle Americhe (che sposta gli interessi dal Mediterraneo all’Atlantico), le lotte con i turchi, che resero i confini bergamaschi più tranquilli. In ogni caso le mura determinarono una sorta di cristallizzazione della parte collinare della città inscritta nel perimetro della fortificazione, da allora chiamata Città Alta. La zona è rimasta isolata dalla parte detta Città Bassa, mantenendosi inalterata nel corso dei secoli e preservandosi da alterazioni architettoniche.

Nella parte bassa della citta venne rinforzata e ristrutturata la cinta muraria, detta le Muraine esistente già nel XII e XIII secolo. Questo, considerato l’anello difensivo più esterno della città, era una vera e propria barriera fortificata che isolava i borghi cittadini dalla pianura. Di esse, completamente abbattute nel 1901, rimangono poche tracce come il tratto di mura con merlature e feritoie originali in via del Lapacano e la torre circolare detta del Galgario nella parte sud-orientale.

Decadenza

Come detto le mura venete non vennero mai utilizzate per fini militari, tanto che nel 1797 i francesi entrarono in città senza nemmeno esplodere un colpo d’artiglieria, a causa del disfacimento della Repubblica di Venezia, sancito con il Trattato di Campoformio. Già in quel periodo tuttavia l’intero apparato militare della struttura era in stato di abbandono, situazione accresciuta dal totale inutilizzo da parte delle armate della Repubblica Cisalpina prima, e dell’Impero austro-ungarico poi.

Gran parte degli spazi vennero utilizzati in ambito civile, con l’abolizione dei terrapieni e la demolizione di gran parte delle cannoniere, con le aree poste al di sotto dell’imponente struttura adibite ad orti e giardini.

Soltanto l’8 giugno 1859 le mura balzarono nuovamente agli onori delle cronache grazie al passaggio di Giuseppe Garibaldi e ai suoi Cacciatori delle Alpi, che entrarono nella città tramite la porta San Lorenzo, da allora nominata Porta Garibaldi. L’evento, preparato nei minimi dettagli dal maggiore Gabriele Camozzi, sancì l’annessione della città al Piemonte.

Le mura oggi

Dopo il periodo di decadenza, oggi le mura sono al centro di un’ampia opera di rivalutazione, grazie anche al lavoro di pulizia e manutenzione del servizio volontario Orobicambiente, inserita in un contesto turistico in grande sviluppo. Negli anni compresi tra il 1976 e il 1984 le mura venete sono state restaurate, ripulite e recuperate dall’incuria grazie all’Azienda Autonoma di Soggiorno. Ora rinomata è la classica passeggiata, percorsa da bergamaschi e turisti, lungo il perimetro delle mura, che permette sguardi sulla pianura dall’alto impatto emotivo.

Tre delle quattro porte d’ingresso sono quotidianamente attraversate da una gran quantità di automobili (la porta San Giacomo è soltanto pedonale), in particolar modo la Porta Sant’Agostino che risulta essere l’ingresso principale verso la Città Alta, a causa della sua diretta accessibilità dal centro cittadino.

L’intero perimetro delle mura durante i fine settimana diventa una gigantesca isola pedonale, in cui ammirare le bellezze che la città può mostrare. È possibile anche visitare i sotterranei della costruzione, grazie al gruppo speleologico Le Nottole, che guidano, solo su prenotazione, all’interno di cannoniere e passaggi interni.

Nel mese di maggio la strada che corre lungo le mura diventa il percorso di gara del Soap Box Rally, una competizione su macchine realizzate in legno articolata su tre discese delle mura.

Il 9 luglio 2017 viene ufficializzato l’ingresso nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.

Fonte: Wikipedia